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Open target Google e l'open web

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(Foto: Wired.com)

La questione è nota. Intervistato l'altro ieri dal Guardian, il co-fondatore di Google Sergey Brin si è detto assai preoccupato per il futuro di un web libero e aperto.

Nel dettaglio, Brin ritiene che il problema venga dalla combinazione di controlli governativi, la lotta senza quartiere alla pirateria e la nascita di ecosistemi chiusi come Facebook ed Apple (richiamando certe critiche alle app come "mondi chiusi" già sollevate da Chris Anderson un paio d'anni fa).

Gli argomenti di Brin, naturalmente, sono molto sensati. Dal punto di vista politico, basta considerare il pugno di ferro con cui Cina e Russia cercano di tenere sotto controllo la libertà della rete e in particolare dei blogger anti-sistema: un pericolo molto serio nonostante il retorico ottimismo di Ai Weiwei. O le recenti dichiarazioni dell'Iran di creare una sorta di "rete nazionale" chiusa e impermeabile dall'esterno. Per non parlare di Pakistan, Iraq... (E anche l'Italia, nel suo piccolo, ci mette lo zampino cercando di far rientrare dalla finestra il cosiddetto "comma ammazzablog", come spiega bene Fabio Chiusi).

Insomma: le cortine digitali si stanno alzando, e nonostante la fluidità e la straordinaria capacità di internet di superare barriere e confini, le cose sono tutt'altro che semplici - e già i soli tentativi di frammentazione dimostrano che la tanto decantata "openness" è un ideale che incontra sempre più nemici nel mondo. (Del resto, la guerra è sempre stata anche guerra informazionale: non è un caso che la tensione fra stati si risolva trasportando lo scenario online).

Stesso discorso per quanto riguarda la reazione rigida alla pirateria e allo scambio di contenuti protetti da copyright. L'inasprimento di regole e l'imposizione di atti come il SOPA e il PIPA non sembra una soluzione lungimirante. Da questo punto di vista le ragioni del pirata - benché non vadano elette a forme di autogiustificazione - sono comunque sensate, e testimoniano la necessità di un ripensamento molto più flessibile di tutta l'economia dei contenuti online.

Più controversa invece è la questione legata ai "walled garden", gli ecosistemi chiusi di cui sopra che dipendono essenzialmente da policy e strategie volute dalle singole aziende. Senz'altro gli esempi di Brin possono essere tacciati di malafede (Facebook è il rivale naturale di Google), ma è vero che "lì bisogna giocare secondo le reogle dell'azienda, che sono parecchio restrittive", mentre Google avrebbe creato un tipo di ambiente più aperto, senza regole e restrizioni.

Eppure Brin sembra dimenticare che Google ha puntato moltissimo su un prodotto come Google Plus, un network tanto chiuso quanto Facebook, e su forme di integrazione social della ricerca quali Search, plus your world - che a modo suo contribuisce a spezzettare il web in nicchie personalizzate, sfavorendo l'infodiversità anche quando si cercano notizie e contenuti.

Tutto questo senza nemmeno considerare l'enorme potenza sia economica sia sull'immaginario dell'azienda di Mountain View, un monopolio di internet altrettanto potente - se non di più - dei suoi concorrenti diretti. Come dice bene Tim Carmody su Wired, la lotta alla pirateria, il controllo statale sulla rete e quello corporativo disegnano un continuum: ma Google ne fa senza dubbio parte. Mettere un piede fuori dal cerchio e dirsi preoccupati per il futuro del web senza ammetterlo è piuttosto ipocrita.

Più in generale, il sermone di Brin sembra essere un'ultima eco dello slogan di Google, il celeberrimo "Don't be evil" - uno dei migliori esempi di come non sia sufficiente ripararsi dietro lo schermo di una frase. Brin non ha torto e fa bene a essere preoccupato (lo siamo in molti); dovrebbe però mettersi anche una mano sul cuore e riconoscere il ruolo dell'azienda che ha fondato in tutto questo.

[18/04/2012]

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