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Open target La fine del professionista dei contenuti

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(Foto: Flickr.com/photos/redune)

Sempre più contenuti disponibili gratis, o comunque a prezzi insignificanti. Sempre più persone disposte a farlo senza essere pagati, per hobby, per curiosità, e spesso con risultati di indubbio valore. A lungo andare, ci sarà ancora spazio per i professionisti?

La domanda attorno alla retribuzione del lavoro creativo è nell'aria ormai da tempo. In una recente intervista, Seth Godin (che ha appena pubblicato in copyleft Stop Stealing Dreams) l'ha rimessa al centro dell'attenzione picchiando giù duro: 

Chi l'ha detto che è un diritto essere pagati per scrivere? Io ho tenuto centinaia di conferenze prima di essere pagato per scriverne una. E ho scritto più di quattromila post gratis.

I poeti non vengono pagati (di solito), ma non c'è mancanza di poesie. Il futuro sarà pieno di amatori, e quelli davvero dotati e tenaci guadagneranno bene. Ma i giorni degli autori specializzati pagati un tot a parola - be', quelli sono finiti.

Se avete anche un minimo di esperienza nell'elaborazione di testi per il web, vi renderete conto che Godin sta semplicemente descrivendo un trend. Si paga sempre meno, sempre più di rado. E questo non solo perché i giornali vanno male, ma anche perché è molto facile trovare qualcuno disposto a farlo gratis o a prezzi ridicoli. Perché? Perché gli va. Perché così stanno le cose.

Certo, Godin non è catastrofista. Come sottolinea Matthew Ingram, non sta dicendo che sarà del tutto impossibile fare dei soldi grazie ai propri contenuti: bisognerà però pensare in maniera diversa. Il vecchio sistema industriale fondato sulla retribuzione di un mestiere riconosciuto sta finendo: prima gli autori, i registi, i produttori, i musicisti erano pochi. Ora sono molti.

Chi è abbastanza catastrofista è invece Scott Adams (il creatore di Dilbert), che aveva elaborato tempo fa una sua Theory of Content Value: "più miglioriamo la nostra abilità di cercare contenuti, e più il loro valore economico si avvicinerà allo zero" - fino a raggiungerlo. Dunque il mestiere dell'autore scomparirà: "proprio come i fabbri e i cowboy".

Da qualunque parte lo si veda - stimolante opportunità o triste decadenza - il problema intreccia molti aspetti connessi fra loro: la pirateria, la cultura della fruizione gratuita, la relativa crisi dell'industria dei contenuti, la crescita del web 2.0 e dell'autorialità "orizzontale", user-generated (che, associata al fenomeno dell'autoproduzione, ha dato anche risultati interessanti).

Uno scrittore che si è scagliato con animo contro questa tendenza è Andrew Keen. Il suo The Cult of the Amateur (tradotto in Italia con il titolo Dilettanti.com) è una lunga sfuriata sulla profonda crisi delle competenze che il nuovo paradigma avrebbe portato nel mondo autoriale.

A giudizio di Keen, la cultura dominante oggi impone non soltanto un pericoloso culto del "remix" - in cui la somma delle parti copiate, incollate e mescolate non è mai superiore alle singole parti originali - ma anche uno svilimento generale della creatività. Per avere dei risultati di valore ci vuole talento e mestiere, ma anche tempo e denaro: lasciare tutto nelle mani dei dilettanti rischia di produrre un pericoloso crollo della qualità.

La posizione di Keen può sembrare retrograda e troppo chiusa. Godin e altri risponderebbero semplicemente che nell'era dell'abbondanza è la quantità a ricreare una nicchia di qualità: semplicemente, invece di avere pochi professionisti selezionati e ben pagati, avremo moltissimi cultori della materia fra i quali emergeranno naturalmente alcuni più in gamba di altri.

Il livello medio si abbasserà e ci sarà un sacco di schifezza in giro? E' una conseguenza inevitabile. Ma avremo anche a disposizione algoritmi migliori, strumenti di social curation, e in genere ci faremo la mano: troveremo ciò che ci serve, e lo troveremo tendenzialmente gratis (come insegna la teoria di Scott Adams). Insomma, niente di così terribile.

E tuttavia, un po' delle perplessità di Keen meritano di essere custodite, almeno in forma di cautela contro i facili entusiasmi.

Scrivere poesie, suonare un pezzo con la chitarra acustica e registrarsi su Youtube, buttare giù un racconto - è una cosa. Lavorare a un reportage serio e ben informato, produrre un disco, scrivere un romanzo o un film - è un'altra. Per salvaguardare la qualità di ciò che è realmente importante (l'informazione, per fare l'esempio più banale) sarà sufficiente credere nell'abbondanza? Davvero emergeranno in automatico le cose buone, e davvero saremo in grado di filtrarle come si deve?

Non solo. La retorica del "tutto aperto" o della selezione naturale degli amatori viene per lo più da persone come Seth Godin o altri autori affermati: gente che, a voler essere un po' maligni, ha fatto la sua fortuna grazie al sistema precedente e ora può permettersi di affrontare il mutamento di paradigma in relativa tranquillità. E chi si trova a doverlo vivere in prima persona?

In ogni caso, su una cosa Godin e compagnia hanno ragione: le cose sono cambiate radicalmente, e mettersi a piangere sul latte versato è inutile.

Per imporsi sul mercato e negli animi dei fruitori, ora sono necessarie nuove strategie: una su tutte, ragionare in termini di nicchie. Trovare quei famosi 1000 fan, come consiglia Kevin Kelly, disposti a seguirvi e a pagare per quello che producete.

Se è vero che il web ha parificato di molto le prospettive e annientato la figura vecchio stampo del creatore professionista, ha anche aumentato enormemente la possibilità di esposizione. Non resta che impegnarsi a fondo per sfruttarle.

[07/03/2012]

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