(Foto: Flickr.com/photos/sriramtallapragada/)
In un recente articolo pubblicato sul New York Times, Evgeny Morozov ha sottolineato come il web contemporaneo stia uccidendo per sempre la figura del cyberflâneur - ovvero l'edizione digitale del flâneur ottocentesco e poi benjaminiano, il "passeggiatore analitico" che vaga senza meta per la città e si lascia sorprendere da essa.
Da questo punto di vista, internet avrebbe dovuto essere un'occasione d'oro per reincarnare tale spirito: basti pensare all'architettura mutevole della rete, il suo gettito continuo di informazione e diversità, e soprattutto la semplicità con cui è possibile saltare da link in link, da luogo a luogo.
Ma a giudizio di Morozov, con l'imposizione del web sociale tutto questo è diventato quasi impossibile. Proprio come la Parigi dei flâneur originali è andata scomparendo nel tempo, sostituita da una città meno attraente dal punto di vista sensoriale e molto più adatta a "soddisfare bisogni", così internet: perduto ogni romanticismo delle origini, "non è più un posto dove passeggiare - è un posto dove fare cose".
Per Morozov l'idea stessa di surfing - il verbo che tempo fa si usava per definire l'attività di ricerca e vissuto sul web - sta scomparendo. Il paradigma vincente è quello "chiuso" delle app e non più quello aperto e in costante scambio della rete dei primordi (come già faceva notare Chris Anderson in un articolo controverso).
Ma il nemico numero uno della cyberflânerie è inevitabilmente Facebook: escludendo sempre di più valori come l'anonimità, l'ambivalenza e la curiosità (cui sostituisce il vangelo del social sempre e comunque), la piattaforma di Zuckerberg rende difficile un'esperienza privata e individuale del web, dove si fruisce innanzitutto ciò che viene scoperto in solitudine.
Insomma: "una cosa è trovare un articolo interessante e decidere di condividerlo con gli amici, e un'altra è inondare i vostri amici con tutto ciò che passa per il vostro browser". Purtroppo, la dinamica del frictionless sharing vive di questa seconda modalità d'interazione, portandola alle estreme conseguenze.
Il pezzo di Morozov è molto interessante, e in una certa misura colpisce nel segno: che il web sia cambiato e con esso la nostra percezione del tempo speso online, è una verità abbastanza palese.
Ma l'autore tradisce anche una sorta di nostalgia strisciante ed eccessiva (come per la "strana poetica" delle pagine che si caricavano lentamente, in confronto alla rapidità odierna), e forse non tiene conto dell'elasticità implicita della rete e dei suoi utenti.
Certo, tornare indietro dalla svolta sociale del web è impossibile - e in un certo senso anche poco augurabile, in quanto finora il prezzo da pagare è ampiamente compensato dalle possibilità che essa crea.
In ogni caso, lo spazio per un'esplorazione privata e solitaria della rete - lo spazio per la scoperta e insieme per l'uso moderato e intelligente dello sharing - è ancora disponibile. Prima di peccare di passatismo e mettersi a rimpiangere i modem da 56k (specie in un ambito come questo, sottoposto a rapidissime accelerazioni), è bene non eccedere nel paragone fra una città e il web.
Questo per un motivo semplice.
Se un quartiere perde fisicamente negozietti e viuzze affascinanti e degrada in un luogo dominato da due centri commerciali (per esempio), c'è poco da fare. L'idea stessa di vagabondaggio poetico perde senso.
Ma nessuno ha fatto questo con la rete. I contenuti sono sempre lì, sempre gli stessi. E se è vero che il vissuto di massa online segue delle vie a volte molto conformiste e un po' inquietanti per raggiungerli, abbiamo ancora un'ampia possibilità di scelta alternativa su come viverli.
Possiamo disconnetterci dai social media. Possiamo evitare di finire nei "centri commerciali della rete". Possiamo sforzarci di evitare l'onda degli aggiornamenti in real-time e l'ansia del liveblogging. Possiamo usare motori di ricerca che non ci tracciano. Possiamo anche ritagliarci un'ora per navigare "come ai vecchi tempi", lasciandoci ispirare da un link invece che dal flusso di contenuto condiviso.
Dipende solo dallo stato di consapevolezza e alfabetizzazione digitale che abbiamo, e in questo senso sì: riflettere su questi temi è importante, anche nei termini provocatori di Morozov.
E' un ottimo modo per evitare che Google o Facebook o chiunque altro ci renda ciò che non desideriamo essere, e aumentare la nostra consapevolezza su ciò che invece vogliamo da quella cosa stupenda che è internet. E cosa internet vuole da noi.
[07/02/2012]
Questo sito non è aggiornato con periodicità e non rappresenta una testata giornalistica. Non può dunque considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Mappa del Sito - Edisplay srl - IVA 01172340919
![]() |
Web Target is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License. |