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Case studies Data Journalism: Intervista a Guido Romeo

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(Foto: Flickr.com/photos/vidharr)

Guido Romeo milita nella redazione italiana di Wired, come Science Editor, ed è un bravissimo giornalista specializzato in tecnologia e innovazione. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul concetto e l'evoluzione del data journalism - la diffusione strutturata di informazioni estratte da database, via media digitali.

1. In un post su Poynter di un annetto fa, Paul Bradshaw identificava la forza del data journalism nella sua combinazione di discipline diverse, e nel fatto che dà nuova linfa alla figura del giornalista di professione: “Vi sono milioni di persone lì fuori in grado di scrivere meglio – molti dei quali lavorano nelle Relazioni Pubbliche, nel marketing o nel governo. Mentre avremo sempre bisogno dei cantastorie, molti giornalisti sono semplicemente operai parcellizzati. Pertanto, a livello commerciale, se non altro, l’editoria è chiamata ad individuare il valore in questo nuovo ambiente, nonché le nuove pratiche  in grado di rendere il giornalismo profittevole, di cui il data journalism è un esempio.” Tu che ne pensi? Quali sono a tuo parere i punti di forza di questo giornalismo?

Che i giornalisti in carne ed ossa riescano a disfarsi dei compiti di bassa cucina grazie alla tecnologia è un sogno (e per alcuni un timore) antico che sta diventando realtà. Narrative Science, una start-up di Evanston, nell'Illinois ha messo a punto un sistema di intelligenza artificiale in grado di seguire partite di basket e match sportivi e scrivere testi in grado di diventare lanci di news in pochi secondi. Questa, se vuoi, è la frontiera più estrema della digitalizzazione dell'informazione e connessioni ad lata velocità.

Molti temono la diffusione di questo tipo di tecnologie (basta pensare ai campi d'applicazione che vanno dalla borsa al meteo) perché spingono verso una forte riconfigurazione di molti posti di lavro, ma l'aspetto che a mio avviso è più interessante per il giornalismo e l'editoria, è che con storie basate su dati che si possono condividere e verificare, il nostro lavoro diventa più trasparente.

È un cambiamento di paradigma importante e non solo perché i giornalisti, soprattutto in Paesi come l'Italia, hanno visto calare enormemente la loro reputazione, e molte colpe sono interne alla professione. Lavorare con i dati permette di scoprire e raccontare storie che prima sarebbero state impossibili da trovare, ma anche di produrre strumenti che attirano l'interesse e "fidelizzano" i lettori nel tempo.

Un paio di esempi recenti e decisamente "alti" sono l'inchiesta Dollars for Docs di Propublica che ha mostrato chi e dove sono i medici che prendevano pagamenti controversi dalle grandi farmaceutiche e il lavoro sui fondi assicurativi che ha fruttato a il Pulizter Paige Saint John del Sarasota Herald Tribune. Entrambe le inchieste, oltre ad avere un altissimo valore giornalistico, hanno prodotto database che sono oggetti di grande utilità civica e che continuano ad attirare lettori.

Attenzione però, questi nuovi strumenti costano e richiedono persone altamente specializzate (sia giornalisti che sviluppatori di software) nei quali gli editori devono saper investire se vogliono svilupparli.

2. Nell'ultimo anno abbiamo assistito a una vera e propria febbre delle infografiche, che però spesso si traducono in un eccesso di grafica (senza dati) o di info (senza grafica). Qual è l'equilibrio giusto a tuo avviso?

Sì, è vero: c'è stata un po' un'ubriacatura, ma è servita a molti per farsi le ossa con gli strumenti. L'equilibrio giusto dipende da che cosa si vuole produrre. Se lo scopo è artistico, i dati e la comprensibilità possono essere messi in secondo piano per privilegiare l'estetica.

Personalmente, mi interessa l'uso delle visualizzazioni per aumentare l'impatto giornalistico e in questo senso privilegio l'accuratezza e la leggibilità. Ma è sempre un braccio di ferro (anche all'interno dei team di lavoro) tra estetica e rigore.

Credo che l'esperimento si può dichiarare riuscito quando, come lettori, siamo catturati immediatamente da una visualizzazione anche senza capirne tutti i risvolti, ma continuiamo a scoprirne nuove chiavi di lettura man mano che li guardiamo. È un po' come quando leggiamo un testo. All'inizio abbiamo un'immagine, poi, proseguendo, intorno ad essa si costruisce tutto un mondo con elemento correlati tra loro e sfaccettature.

3. Ci puoi consigliare qualche sito di riferimento per il data journalism?

Il DataBlog del Guardian: è un caposaldo insieme al Nerd Blog di ProPublica.

Qui da noi, anche se molto più modestamente, abbiamo lanciato un blog nel progetto iData: con lo scopo di creare un punto di riferimento per chi è interessato, iniziato e non.

4. In Italia chi si sta muovendo meglio nel settore, secondo te? E quali sono i margini di manovra possibili in un mondo un po' troppo statico come il giornalismo nostrano?

In Italia c'è ancora poco. Il Corriere della Sera ha fatto una cosa interessante con la sua Mafiopoli, che ha il sapore del crime mapping, ma diciamo che le grandi testate non si stanno cimentando in grandi progetti.

Le ragioni sono varie. Da una parte un certo ritardo e ritrosia nella formazione dei giornalisti a questi nuovi strumenti (i primi corsi di data journalism stanno partendo nelle scuole riconosciute solo quest'anno), dall'altra la mancanza di sviluppatori interni alle testate.

In più c'è un grosso problema sui dati. Negli ultimi mesi si parla molto di Open Data, di dati sulla pubblica amministrazione rilasciati da comuni e regioni, e ci sono esperienze che fanno molto ben sperare come quella del Piemonte, ma c'è ancora poco. Manca poi uno strumento come il Foia (il Freedom of information act) statunitense e anglosassone che permetta di ottenere dati di interesse pubblico ma non pubblicati dalla PA (basti pensare a dati ambientali e sanitari).

Su questo fronte c'è un grosso lavoro da fare, ma ci sono buoni segnali di cambiamento. Il progetto iData è nato con lo scopo di esplorare cosa si può fare con i dati per il giornalismo in Italia. In questo senso è un lavoro "pre-giornalistico" perché Ahref non è una testata e non vuole esserlo, ma ci proponiamo di sviluppare strumenti per i cittadini (lo siamo tutti) e i giornalisti (tutti coloro che raccolgono informazioni e si prendono la briga di verificarle). Abbiamo un primo "toolkit" qui e stiamo lavorando a una serie di tutorials come questo per gli strumenti di maggior impatto e abbiamo lanciato la prima summer school con lo Iulm che spero replicheremo presto. Stiamo anche guardando a collaborazioni con testate nazionali su alcuni temi di grande interesse sociale come l'abbandono scolastico e l'inquinamento. Credo che il 2012 sarà un anno molto intenso.

[26/09/2011]

Commenti  

 
# Isabella Barbanti 2011-09-26 14:55
Trovo il lavoro della Fondazione Ahref molto importante per tutti noi cittadini.

Isabella Barbanti
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